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Il Gioco

Nell’ambito delle attività che il bambino sperimenta ai fini dello sviluppo psico-sociale, vi rientrano tutte quelle relative al gioco. Nell’accezione pedagogia il gioco diventa lo strumento attraverso il quale sollecitare e stimolare l’apprendimento.

 

Il bambino inizia la sua attività di gioco molto presto, già nella culla possiamo notare come egli si diverte degli effetti che con piccole azioni produce negli oggetti, ad esempio il far muovere, con le mani, i pupazzetti situati sul carillon che gira.

 

Se inizialmente questa azione è involontaria (cioè il bambino la produce per puro caso), in seguito, dopo aver scoperto il suo “potere” diventa intenzionale. Questa prima forma di gioco rappresenta il preludio per lo sviluppo cognitivo del rapporto di causa – effetto, molto importante per le fasi successive di crescita. Non solo, la relazione causale diventa sempre più discriminata dal bambino, nel senso che volontariamente egli stabilisce delle cause in altri ambiti, aspettandosi degli effetti.

 

A molti genitori sarà capitato di sentire associati alla parola “gioco” altri termini come solitario, strutturato, non strutturato, libero, guidato, sociale, simbolico, ecc. Sono tutte specificazioni del gioco alle quali vorrei dare brevemente la descrizione aiutando tutti coloro che non si occupano di pedagogia ma sono genitori attenti.

 

Il gioco solitario: non ha età, il solitario con le carte rappresenta un gioco tipico dell’adulto come quello del bambino. Le motivazioni sono le stesse: la voglia di pensare e la competizione vittoriosa. Molti genitori pensano che il proprio bambino (di un paio d’anni ad esempio) impegnato a giocare per un lungo periodo, solo in camera sua, si annoi. In realtà quel gioco rappresenta un momento fondamentale con cui il bambino si rapporta non solo con l’oggetto (sul quale ne esercita un potere) ma soprattutto con se stesso. A volte si notano delle vere e proprie competizioni ludiche tra il bambino e l’oggetto dove chi ne esce sconfitto molto spesso è l’oggetto.

Il gioco solitario, in sintesi, scarica le tensioni che l’ambiente esterno esercita sul soggetto rendendolo vincitore su una realtà da egli stesso costruita e, cosa più importante, allena il pensiero.

 

Il gioco libero: nella sfera pedagogica il gioco libero rappresenta la possibilità che il bambino ha di esprimere gli impulsi interiori. Può essere solitario o di gruppo, ma nell’ultimo caso il gioco libero non deve avere regole già strutturate.

Rappresenta la forma più libera della fantasia del bambino che viene messa in pratica con l’attività fisica; nel gioco libero il bambino corre, si scatena, interagisce con gli altri, oppure è tranquillo e inventa giochi con regole da egli stesso inventate.

 

Il gioco strutturato: nella definizione più semplicistica il gioco strutturato rappresenta il giocattolo, cioè un oggetto costruito che possiede una o al massimo due finalità pedagogiche. Un esempio può essere fatto con i giochi per la prima infanzia dove il bambino deve premere su un tasto per far uscire un pulcino colorato di giallo. Se i giochi strutturati possono andar bene ad una certa età (soprattutto perché tengono impegnato per un certo tempo il bambino quando magari la mamma deve rassettare o è al telefono), sicuramente non sono un aiuto per la stimolazione della fantasia e della creatività del bambino in crescita. Il gioco strutturato, (e questo incoraggia molto i pedagogisti) tende all’autoesaurimento, nel senso che l’interesse verso questo nei bambini di già due anni, si esaurisce in poco tempo. Non solo, quindi, non è funzionale alla crescita della creatività, ma neanche al portafoglio.

 

Il gioco non strutturato: sono tutti quegli elementi, di per sé senza significato ludico, ma che composti ed utilizzati in mille maniere, formano tante attività di gioco. Rientrano in questa categoria anche il pallone (con questo possono essere fatti non solo giochi conosciuti e non conosciuti con la palla, ma anche attività ginniche e tanto altro), le bambole, le macchinine, insomma tutti quei giocattoli che si prestano a molte attività (basta forse farsi raccontare dai nonni come si creavano i loro giocattoli; la spiegazione più esauriente circa il gioco non strutturato possono darcela loro).

 

Il gioco simbolico: il gioco simbolico rappresenta una variazione del gioco non strutturato. E’ il gioco del fare finta. Con materiale o senza materiale (facciamo finta di andare allo zoo, tutti seduti in fila sulle sedie che guardano a destra, dove ci sono i leoni, a sinistra dove ci sono gli elefanti,ecc). Il gioco simbolico inizia la sua comparsa in modo spontaneo all’età di circa due anni due anni e mezzo: la forchetta accanto al piatto diventa il trenino che va su per le montagne.

 

Vorrei sottolineare che tutti i giochi spontanei e creativamente liberi non devono essere in qualche modo inibiti al bambino (fermo restando i principi dell’incolumità!), riportandolo sempre nella realtà (ad esempio quello non è un trenino ma solo una forchetta, mettila al suo posto perché non si gioca a tavola), si costringe il bambino a rallentare il processo dello sviluppo della fantasia, che è strettamente legato allo sviluppo dell’intelligenza, e a percepire come qualcosa di sbagliato il gioco fantastico e simbolico.

 

Il gioco guidato: non è altro che l’esatto contrario del gioco libero. Il gioco guidato ha delle regole imposte, come la turnazione, la conta, un certo tipo di punteggio che qualcuno ha già predisposto. La differenza con il gioco strutturato è quella che non occorre un oggetto specifico, che può effettuarsi da soli o in gruppo, in quest’ultimo caso rappresenta una variazione del gioco sociale.

 

Il gioco sociale: rubabandiera, tana libera tutti, girotondo, i quattro cantoni, guardia e ladro, sono tutti esempi di giochi sociali. Hanno in comune delle regole stabilite in modo storico-culturale non trasgredibili, si gioca in gruppo o in squadre, non occorre un arbitro perché le regole sono conosciute aprioristicamente, occorre un’età cognitiva sufficientemente sviluppata. Il gioco sociale, però, inizia molto prima dell’età in cui ci si può immaginare un bambino che gioca a rubabandiera ad esempio, i primi tentativi di gioco sociale compaiono già con lo scambio di giocattoli all’età di circa 18 mesi – due anni, dove lo scambio rappresenta un esperimento di un bambino nei confronti della risposta dell’altro, più altruista sarà la risposta maggior divertimento ne trarranno i due bimbi.

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